Groenland 2009.. Il cuore nel ghiaccio.
Contrariamente alla maggior parte delle persone che adorano i paesi caldi e tropicali io fin da bambino ho avuto un'attrazione particolare per i luoghi freddi e inesplorati alle due estremità del nostro globo. Le storie di coraggiosi esploratori che si avventuravano in quelle terre ostili e disabitate con i miseri mezzi che avevano al tempo a disposizione mi affascinavano creando in me un irresistibile desiderio di emulazione. L'occasione mi si presento quanto Michael Nesler organizzò appunto in uno di detti luoghi “La Groenlandia” una spedizione di volo che ci avrebbe portato nel periodo estivo del disgelo a scalare le vette inviolate di quella terra per poi scendere a valle con l'ausilio di un parapendio. Il gruppo era formato da 5 componenti (Michael,Gudrun, Mirco, Dennis e Alessio) tutti specialisti in manovre acro in parapendio e tutti pratici di montagna. L'abilità in acrobazia non era fine a stessa ma averla presupponeva una particolare abilità del pilota a far fronte ed uscire con sicurezza da chiusure inusuali della vela che avrebbero potuto verificarsi durante le discese in parapendio essendo le zone artiche soggette, vista la presenza di ghiacciai, a particolari turbolenze e discendenze. L'allenamento del gruppo è cominciato tre mesi prima. Ogni componente si allenava in salita con pesanti zaini cercando di simulare la situazione di sforzo fisico e mentale che avrebbe poi dovuto affrontare. Il sottoscritto in particolare si è anche allenato per molte ore con un kayak da mare per aumentare il fiato e la resistenza delle parti superiori. Non avevamo zone prescelte in anticipo in quanto il terreno che andavamo ad esplorare era totalmente sconosciuto e non avendo indicazioni di sorta oltre alle cartine topografiche che avevamo a disposizione la scelta dei luoghi era improvvisata e decisa sul momento. Dopo assidui e frenetici preparativi di materiali e logistica finalmente il giorno 11 agosto dopo una tappa Bolzano-Monaco si parte da Munich in Germania per la capitale dell'Islanda Reykjavik.
Reykjavik è una bellissima città dove tutto è nuovo e perfetto. In città circolano enormi macchinoni
stile america, Big Foot, Hummer ed altre americanate del genere. Sembra quasi finta, quasi asettica....no non mi piace...non è certo questo quello che cerco. Stiamo un giorno nella capitale aspettando la coincidenza per il piccolo aeroporto di Kulusuk in Groenlandia e poi via lasciandosi alle spalle quella capitale troppo ricca, troppo moderna, troppo bella e troppo lontana dai nostri sogni.
L'arrivo all'aeroporto di Kulusuk ci fa capire subito dove siamo ed a cosa andiamo incontro. Infatti la parola aeroporto fa quasi sorridere vedendo in atterraggio che la pista in pratica non esiste. E' solo una lunga strisciata di ghiaino dove solo l'abilità dei piloti locali riesce a mettere le ruote dell'aereo con una certa sicurezza. Il classico applauso all'equipaggio, questa volta se pur ben meritato, non c'è stato, quanto era lo sbigottimento dei passeggeri alla vista di quella pista appena improvvisata. Usciamo dalla struttura pieni di bagagli, vele e attrezzature varie e ci viene a prendere un fuoristrada del paleolitico dove il tubo di scappamento scaricava direttamente nell'abitacolo per la gioia dei nostri polmoni. Il rosso (ruggine) catorcio ci trasporta armi e bagagli al molo dove una barca speciale con un potente motore fuoribordo di150 cv ci porta dopo una navigazione di diverse ore dalle gelide acque della costa Groenlandese alla capitale Tassiilac. Il viaggio via mare è incredibile. Ai nostri occhi si mostrano nella loro immensità e bellezza Iceberg grossi come palazzi. Grattacieli di ghiaccio alla deriva dove la luce e l'acqua filtrando nelle fessure e negli anfratti crea effetti spettacolari e colori mai visti prima d'ora. Mai avrei creduto che fossero così immensi. Mai avrei creduto che la loro vista suscitasse in me emozioni mai provate o lontanamente immaginate. Solo il pensare che due terzi di quelle masse immense erano sott'acqua ti faceva perdere la percezione delle proporzioni. Le strutture di questi iceberg si sbizzarrivano in forme strane, moderne e fantascientifiche dove un artista troverebbe sicuramente la sua musa ispiratrice. Il vento creato dalla barca che viaggiava in mezzo ai ghiacci affioranti ad oltre 25 miglia ora ci sferzava la faccia ma nessuno voleva coprirsi e rinunciare a vedere quell'incredibile spettacolo della natura. Tassiilac è una capitale di fatto ma in realtà e solo un piccolissimo paese di casette multicolori con pochi km di strade percorribili, un piccolo supermarket ed una miriade di bambini Inuit che giocano da tutte le parti. Qua la vita non è facile per i locali. L'accesso al mare dura solo due mesi. Poi con l'autunno tutto si chiude. Il mare si trasforma in una enorme ed impenetrabile lastra di ghiaccio e ogni collegamento col mondo esterno, a parte l'elicottero, diventa impossibile. Isolamento completo. Forse è per questo che i bambini Inuit ora corrono così tanto sfogandosi a più non posso come in preda ad una frenesia collettiva in attesa di quell' isolamento che poi, sicuro, arriverà. Qua si copre tutto di neve e ghiaccio ed i venti possono arrivare ad oltre 200km l'ora. Il Pitaraq, una specie di fon, arriva persino ai 300km l’ora. Se si pensa un'attimo al binomio temperatura/vento si capisce benissimo che uscire in certe condizioni di casa è micidiale. Le casette multicolori che all'esterno sembrano avere delle dimensioni decenti sono invece all'interno piccolissime in quanto lo spessore delle coibentature è enorme. La popolazione Inuit e molto mite e gentile. Tutti ti fanno un segno di saluto. Un Hi, o un sorriso ma dai loro occhi traspare chiara ed evidente un'indicibile tristezza. Forse il progresso che avanza senza sosta travolge le loro tradizioni, le loro usanze ed il loro modo di pensare e di vedere le cose. Addirittura il giorno prima di venir via c'era un corteo di Greenpeace che manifestava contro il diritto degli Inuit di cacciare per loro uso alimentare balene e foche. Questo popolo vive di caccia e di pesca da tempi immemorabili. Col massimo rispetto per la natura e prelevando solo quello di cui abbisognano. Io dico: con quale diritto e presunzione si cerca di togliere a questi poveretti anche quel poco che gli è rimasto? Pensando poi alle baleniere Giapponesi che infestano i mari di tutto il mondo che uccidono senza alcun ritegno ne pietà animali bellissimi e protetti come le balene...mi vien proprio da ridere (o da piangere) pensando invece al misero prelevamento che ne fanno gli Inuit. Torniano dopo questa parentesi alla nostra avventura. Dopo un paio di giorni a Tassiilac dove abbiamo messo a punto le attrezzature di volo e fatto alcuni voletti di prova ci dirigiamo con l'ausilio di una imbarcazione all'interno di un fiordo dove dopo diverse ore di navigazione tra i ghiacci ne giungiamo alla fine in golfo dove confluivano ben 4 ghiacciai. I quattro ghiacciai avanzavano di pochi cm ogni giorno verso le acque salate del fiordo ed era un continuo di crolli del fronte dei ghiacciai che precipitavano in acqua col rumore assordante della valanga. Uno spettacolo incredibile. Non ci sono parole per descriverlo. Qua la forza della natura si esprime nella sua massima potenza facendoci capire noi che pensiamo di esser grandi quanto siamo piccoli ed insignificanti esseri umani. La barca si fa strada con fatica fino alla fine del fiordo gli Iceberg sono fittissimi e solo l'estrema abilità dell'Inuit che ci accompagna evita danni gravi all'imbarcazione e al motore. Sbarchiamo in un posto che ci sembra congeniale sia per il campo base sia per i rilievi circostanti che sembrano a prima vista abbastanza accessibili. C'è un fiume di acqua gelida di ghiacciaio ad alcune centinaia di metri da noi e questi ci garantisce una riserve d'acqua inesauribile per i nostri bisogni primari. Viene approntato il campo base, montiamo le tende e sistemiamo i contenitori del cibo lontani dalle tende circondati da un filo per l'allarme perimetrale. Qua gli orsi bianchi sono una realtà con cui bisogna convivere e sopravvivere. Non sono quelle splendide bestiole che si vedono nei cartoni ma potenti e feroci carnivori di 500-700 kg affamati per il disgelo e per la conseguente mancanza di cibo. Le autorità attraverso un permesso nella manipolazione delle armi ci ha messo a disposizione una grossa carabina da caccia africana in calibro 375 magnum Holland Holland. Per i non addetti ai lavori una specie di cannoncino camuffato da fucile che spara proiettili da antiaerea. Ovviamente le regole d'ingaggio erano precise. Da usare solo in caso reale di pericolo estremo quando l'animale non si fosse spaventato all'esplosione di un colpo sparato in aria. Menomale che, a parte il fatto io ne abbia visto uno a 2 km (anche troppo vicino per i miei gusti) non c'è stato mai alcun bisogno di doversi difendere. Oltre che pericoloso sarebbe stato un peccato mortale sparare ad una di quelle splendide creature. Oltretutto siamo noi in casa loro a disturbare. Siamo noi gli ospiti.
Il giorno stesso abbiamo cominciato a scalare una montagna di 700mt e qui ci siamo accorti che avevamo fatto i conti senza l'oste. Ci eravamo allenati per salire con racchette e ramponi da ghiaccio. Quindi una marcia faticossisima ma costante come movimento. Ed invece quello che si presentava ai nostri occhi era un terreno glaciale che era stato sotto la pressione di tonnellate e tonnellate di ghiaccio che aveva sbriciolato e compresso ogni cosa sottostante. La salita alla vetta si è così rivelata micidiale in quanto i piedi non avevano niente di sicuro su cui appoggiare ed ogni cosa slittava e franava sotto i piedi. Oltretutto spesso di frapponevano macigni enormi che bisognava saltare per poi trovarne subito un altro davanti. Dopo diverse ore e diversi cambi di maglie zuppe di sudore siamo arrivati al primo stadio della vetta. Lo spettacolo che si proponeva ai nostri occhi avena dell'incredibile (quante volte userò questo termine) sotto di noi l'immenso fiordo brulicante di ghiacciai che come diamanti purissimi riflettevano la loro luce creando un alone fantastico di giochi di luce. Un caleidoscopio incredibile dove luci, colori e riflessi si fondevano in uno spettacolo inimmaginabile. Sparita la stanchezza come d'incanto ci siamo preparati al volo. C'era un problema. Infatti il vento forte che avevamo prognosticato non c'era. Il decollo era corto e accidentato e le vele estremamente piccole come metratura. Fortunatamente l'esercizio e la grande abilità di tutti i componenti ci ha facilitato non poco. Avevamo uno scarso vento di forse 10km l'ora e una volta alzata e controllata la vela ci siamo lanciati con tutta la determinazione di cui eravamo capaci. In una situazione del genere una scarsa fiducia nei propri mezzi avrebbe sicuramente causato grossi problemi. Tutto è andato liscio. Siamo staccati ed abbiamo volato verso il fiordo sopra gli Iceberg per poi rientrare sul terreno e atterrare non lontano dal campo base. Fantastico.
In atterraggio ci siamo abbracciati e congratulati l'uno con 'altro col la consapevolezza che avevamo fatto qualcosa di speciale ed uniti dal desiderio reciproco di riprovarci quanto prima.
Nei giorni successivi siamo saliti ancora più in alto in una massacrante scalata di 6 ore. Raggiunta la vetta di una nuova montagna vi abbiamo trovato uno splendido lago glaciale dalla bellezza frastornante. Qui abbiamo consumato un po' di cibo per rimettersi in forze e ci siamo mesi alla ricerca di qualcosa che pur lontanamente assomigliasse a un decollo. Dopo vari tentativi abbiamo trovato un lastrone (placca) ad oltre 45° che permetteva di stendere la vela a fiocco. Il poco vento anche qui ci ha condizionato moltissimo. Avevamo un colpo solo. Sperare che la vela gonfiasse senza agganciare nel tormentato terreno sottostante e via a tutta velocità verso la pendenza. In quell'occasione io personalmente ho agganciato la vela al suolo ben 8 volte prima di avere la fortuna di portarmi la vela sulla verticale. Ero nero come un tizzo di carbone per la rabbia ed ho lanciato un urlo liberatorio al decollo che mi hanno sentito anche al Polo Sud. Ma, come sempre, ne valeva a pena. Cavolo se ne valeva la pena. Ogni goccia di sudore spesa era compensata da quello che si mostrava ai miei occhi stupiti. E ancora ...incredibile. La notte distrutti dalla fatica ed avvolti in un sacco a pelo da -27° extreme cercavamo di riprendere le forze quando è scattato l'allarme perimetrale del cibo. Panico.... Abbiamo preso il fucile che dormiva insieme a me vicino alla coscia, colpo in canna e pronto al peggio.......ma.... niente era solo una splendida volpe artica che, in cerca di cibo, aveva, interrotto il filo perimetrale facendo così scattare l'allarme. Detta volpe non conosceva l'uomo. Infatti, non era assolutamente spaventata da noi. E' stata così la nostra mascotte per tutto il periodo della nostra permanenza nel I° campo base. Dimenticavo: per raggiungere la base delle montagne giornalmente attraversavamo un fiumiciattolo d’acqua gelida 2°/3°centigradi e ci scalzavamo fin sopra le ginocchia per non bagnarsi i pantaloni. La prima esperienza con quell'acqua gelida che ti bloccava le articolazioni ed il respiro è stata inizialmente allucinante poi col passare dei giorni e dei bagni ci siamo groenlandizzati arrivando addirittura a lavarsi testa, ascelle e piedi in quei cubetti liquidi. Mai avrei pensato di poterlo fare. Da qui la consapevolezza che possiamo fare e pensare oltre quello che crediamo possibile.
Dopo alcuni giorni ed esaurita la zona abbiamo chiamato col satellitare la barca di appoggio per spostare il campo base 1 al campo base 2. Siamo ritornati al fiordo principale gremito di Iceberg giganteschi e da qui inoltrandosi via acquea all'interno abbiamo raggiunto e superato il 66mo parallelo entrando di fatto nel Circolo Polare Artico. Dopo una ricerca vana di montagne scalabili ed uno zig zag tra i ghiacci sempre più chiusi e pericolosi siamo rientrati uscendo di nuovo dal Circolo Polare Artico facendo rotta verso un fiordo secondario circondato da una corona di montagne dall'aspetto accattivante per i nostri disegni volatori. Anche qui siamo sbarcarti nelle vicinanze di un corso d'acqua dolce per le nostre esigenze ed abbiamo montato il II° campo base della spedizione.
Il vento in questa zona (una valle stretta) era molto forte e occorreva stare ben vestiti per proteggersi al meglio da quel freddo che entrava nelle ossa. Questa volta avevamo sperato che il vento forte fosse presente sulle vette in modo da poter sfruttare la dinamica del bellissimo costone. Ed invece niente. Il vento presente forte negli strati bassi per il Venturi della valle era poi quasi assente in quota. Questo creava un problema non di poco perchè qui i decolli non erano a 60-80 gradi ma presentavano degli scalini e pur avendo il vento minimo per far gonfiare la vela e portarla sulla verticale non si riusciva data la scarsità di spazio disponibile alla corsa ad avere quella velocità idonea a creare una portanza immediata e ottimale. Anche qui l'allenamento e l'esperienza ci sono venuti in aiuto. Infatti con la vela perfettamente controllata sulla verticale si correva dando il massimo il quei pochi metri disponibili poi il decollo avveniva con un calo in verticale o quasi fino a che si raggiungeva il max della portanza e la vela cominciava a volare il maniera usuale. I materiali che avevamo a disposizione di grande affidabilità e sicurezza ci hanno consentito di utilizzare questa tecnica senza rischi estremi. Anche se onestamente e senza nascondersi dietro un dito bisogna ammettere che qualcosa in gioco lo abbiamo messo sempre. Abbiamo continuato nei giorni seguenti scalate e voli senza peraltro trovare condizioni termiche. Abbiamo arrampicato una montagna vergine da 1200 metri, con una vista incredibile sui ghiaccia e fiordi della zona e un decollo perfetto sulla neve. Prpbabilmente il volo più bello mai fatto. Michael per stare un po' su ha dovuto addirittura volare con un biposto di sua progettazione. E per questo lo abbiamo preso in giro a morte. In uno degli ultimi giorni una brutta infiammazione ai tendini a seguito di uno stiramento causato dall'aver messo un piede in un anfratto nascosto del terreno mi ha causato forti dolori alla gamba destra che mi hanno bloccato per un giorno. Situazione poi risolta con adeguati medicinali in 24 ore. Il rientro a Tassiilac ci ha riservato una bella sorpresa. Nell'attesa della barca che ci avrebbe riportato all'aeroporto di Kulusuk abbiamo trovato a quote basse (400mt) un laghetto circondato da un anfiteatro naturale ed investito frontalmente da vento pulito ad oltre 25km ora. Questo ci ha permesso di veleggiare per ore in dinamica per tutta la lunghezza dell'anfiteatro catturando l'attenzione e lo sbigottimenti degli Inuit locali che non avevano mai visto volare un parapendio. E' arrivata per curiosare anche la macchina della polizia locale e un'ambulanza. Forse era li per noi?
Ai posteri l'ardua risposta.
Si conclude poi la spedizione come si deve concludere una spedizione No Limit. Infatti Roberto Peroni grande e mitico personaggio a capo del centro No Limit in Groenlandia ci ha suggerito senza darci troppe spiegazioni di mettersi roba impermeabile durante il ritorno in barca a Kulusuk. Infatti abbiamo trovato al rientro un mare estremamente mosso e le onde non si sono fatte scrupolo a bagnarci come pulcini per oltre due ore di traversata.
Morale e riflessioni:
Sono a casa con le gambe massacrate e mi sto riprendendo poco a poco. E' stata veramente dura ed ogni emozione ce la siamo sicuramente guadagnata. Ma noi venderei nemmeno un attimo che ho vissuto per tutto l'oro del mondo.
Io tornerò in Groenlandia non so quando ne come ma ci ritornerò.
Ho lasciato la un pezzo del mio cuore e voglio riprendermelo.
Mirco
Top Level
www.parapendio.toscana.it